STELLA CILENTO

Porcili, Purcili, Porceliorum, Porcile. Università autonoma fino al 1806, quando le vennero aggregate Guarrazzano, S. Giovanni e Bonafede ed elevata a sede comunale. Il toponimo fu poi cambiato in quello di Stella Cilento con decreto reale del 1871. Da Salerno 78 km.

Il borgo è situato nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, in prossimità del Monte Stella e delle sorgenti del Fiumicello. In passato si chiamava Porcili, termine di derivazione greca che significa “davanti al signore” (pro e kyrios), in quanto sul Monte Stella era ubicata la residenza del Guastaldo. Nella seconda metà del XIX secolo il nome del comune fu trasformato in Stella Cilento. I monumenti di rilievo sono Palazzo Ventimiglia Luongo, parzialmente diroccato e il suggestivo Palazzo Vassallo, detto “Il castello” che domina e protegge il paese. Con un caratteristico portale in pietra e piccole torri, raccoglie al suo interno bellissimi affreschi e stucchi.  Tanti sono i luoghi di culto da visitare: la chiesa di San Nicola di Bari, la cappella Sant'Antonio, la cappella di San Rocco, la chiesa dei S.S. Pietro e Paolo, la chiesa di San Giovanni Battista, la chiesa di Santa Maria Maddalena e la chiesa di Sant'Antonio da Padova.

I prodotti tipici da assaggiare sono l’olio Extravergine di oliva, il fico bianco e il caciocavallo "Silano".

VEDUTA DEL BORGO

SCORCIO DEL CENTRO STORICO

CHIESA DI SAN NICOLA

MONASTERO AGOSTINIANO

MONASTERO AGOSTINIANO

MONASTERO AGOSTINIANO

LA VECCHIA CROCE

LA CHIESA DI SAN NICOLA

SCORCIO DEL BORGO


L'Antonini ritenne che i Lucani avessero fabbricato «sulla montagna oggi detta della Stella, una città di picciolo giro, ma per muraglia e per sito fortissima, e chiamaronla Petilia», affermando poi «che questa Petilia, e non l'altra della Magna Grecia, fosse la capitale della Lucania».

Prima notizia del toponimo Porcili è del 1038, nella delimitazione dei confini di un terreno sito ad Ancilla Dei, già donato dai principi Guaimario e figliuolo corregente Giovanni ad alcuni longobardi loro fedeli. Il diploma, non datato, venne esibito al gastaldo Giacinto, inviato «in actu Cilenti», e propriamente ad Ancilla Dei, a dirimere la vertenza sorta tra i già citati uomini fidati dei principi e altri circa, appunto, la delimitazione di alcuni confini del terreno donato.

Di Porcili è notizia pure in una donazione del 1164, di alcuni «habitantes» in Serramezzana fatta a mastro Costantino, governatore del castello di S. Angelo di Castellabate, sede della baronia ecclesiastica della Badia di Cava. Tra coloro che i donanti diedero come garanti della donazione, vi era anche un certo Giovanni abitante, appunto, nel casale di Porcili.

Del villaggio si legge in una vendita dell'aprile 1170. Ne è notizia ancora nella delimitazione dei confini dei beni del giustiziere Guglielmo di Sanseverino e la proprietà del monastero cavense del 1187.

Nel 1276, Porcili faceva parte della baronia dei Sanseverino, come affermarono «testes de Cilento», quando re Carlo I lo restituì a Ruggero. I Sanseverino donarono poi il villaggio ai Capano, i quali asserivano di averlo avuto «in capite», e cioè direttamente dalla Corona. Signore di Porcili, Terricelle, Acquavella, S. Giovanni, Guarrazzano e Castellammare della Bruca, a dire del Borrello, fu Francesco Capano.

Nel 1439 il villaggio era sempre posseduto dai Capano, come si rileva dal privilegio del 4 settembre di quell'anno di re Alfonso d'Aragona che diminuiva il peso delle collette su quel feudo. Per il rifiuto poi opposto da Carlo Capano di prendere parte alla congiura dei baroni, i Sanseverino lo spogliarono di tutti i beni, esiliandolo.

Per concessione di re Ferrante, Roberto Sanseverino nel 1463 aveva ottenuto il mero e misto imperio sul casale «Porciliorum» ed altri. I beni confiscati, poi riannessi alla baronia di Cilento, vennero poi tenuti dai Sanseverino fino al 1487, quando tutti i beni di Antonello vennero confiscati dalla Regia Curia per fellonia. Maria Capano, figlia di Carlo e moglie di Sigismondo di Sangro, ottenne la restituzione dei feudi con privilegio del 1 ottobre 1488. L'anno precedente (8 ottobre 1487) era stato ospite dei di Sangro, ad Acquavella, l'erede al trono aragonese di Napoli, Alfonso, duca di Calabria.

Con diploma del 17 gennaio 1495, questi beni, con l’intera baronia, vennero restituiti da Carlo VIII ai Sanseverino, poi riconfiscati e di nuovo restituiti a Roberto Sanseverino il 12 ottobre 1505, a seguito della pace tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII di Francia. Ai Sanseverino, però, venne concesso solo l'alto dominio sui villaggi di S. Giovanni, Guarrazzano e Bonafede che vennero lasciati in possesso ai de Sangro. In occasione del matrimonio tra Alfonso di Sangro e Brigida di Capua, Sigismondo di Sangro donò (a. 1517) quei villaggi al figliuolo e, alla  morte di quest’ultimo (a. 1524) passarono al figlio Giovan Consalvo. Nel 1527 costui vendette Porcili e Bonafede a Ferrante Gambacorta, S. Giovanni a Giovan Battista Caracciolo e Guarrazzano al fratello di quest'ultimo Antonio.

Le notizie poi pervenuteci sul possesso di quei beni appaiono a prima vista impossibili o quanto meno contraddittorie. Dai Quinternioni si apprende che Maddalena, figliuola di Roberto Ambrogio Sanseverino, alla morte del padre chiese di essere investita (a. 1536) anche del tenimento di Porcili. Nel 1559 Muzio e Francesco Capano, anch'essi nel denunziare la morte del padre Diomede, chiesero di essere investiti di una quarta parte di Porcili e Acquavella, dei diritti evidentemente ancora in possesso delle predette famiglie e perciò non compresi nella vendita dei fratelli Capano. Alla morte di Mario Capano (a. 1564), però, sembra che l'intero feudo passasse al fratello Francesco.

Nel '600 e '700 molti i passaggi. Nei primi del '600 il villaggio era in possesso dei de Angelis, tanto è vero che nel 1617 Carlo lo vendette a Luzio Materazzi di Castellabate, il quale, a sua volta, lo alienò a favore di Carlo Antonio Pepoli nel 1632. È poi notizia, nel 1669, che il villaggio venne trasferito da Vincenzo de Simone ai coniugi Cornelia Martucci e Giuseppe Mirto e da questi ai Bonito di Casalicchio. Da costoro poi il feudo passò al reggente Fillippo Pisacane con titolo di marchese.

Nel 1740, per decisione del Sacro Regio Consiglio, il feudo fu venduto all'asta e ne restò aggiudicatario il duca Ignazio Berretta di Casalicchio, dal quale l'acquistò, con S. Giovanni e gli altri villaggi, per d. 16.000 Nicola Ventimiglia nel 1761. Da Nicola i feudi passarono a Donato Cristoforo che li vendette ad Antonio Cesare Ventimiglia.

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