TORTORELLA

Torturella, Tortorella. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Da Salerno 145 km.

 

VEDUTA DEL BORGO

SCORCIO DEL CENTRO STORICO

SCORCIO DEL CENTRO STORICO

PALAZZO DEI CONTI CARAFA

CHIESA DI SANTA MARIA DELL'ASSUNTA

PORTA SUCTANA

CHIESA DI SANTA MARIA DELL'ASSUNTA

CHIESA DI SAN VITO


 Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all'età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel Liber donationum vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Molier, insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I Registri ci informano anche di un'ordinanza che riguarda Onorato circa i suoi vassalli di Sanza e Tortorella.

Il feudo passò poi al milite Nasone di Galarato o Galanzano (Galeran), il quale aveva restituito alla Curia il casale di Trecase nel giustizieriato di Terra d'Otranto e altri beni a Brindisi, ricevendone in cambio la terra di Tortorella nel giustizieriato di Principato e Terra Beneventana. II feudo era stato concesso al milite Nasone per 40 once d'oro. Troviamo ancora notizie di questo cavaliere nel 1278, quando risulta signore anche di Battaglia e poi quale custode delle strade di Ascoli in Capitanata.

Diversamente interessante una lettera di re Carlo I al giustiziere di Principato e Terra Beneventana del 1279 che ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell'Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia. Come è noto, chiamato da costoro dopo la morte di re Manfredi (1266), nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, il quale fu accolto trionfalmente a Roma. Ma il 23 agosto 1268, presso Scurcula Marsicana (Fucino) Corradino venne sconfitto da re Carlo d'Angiò. Scampato alla battaglia venne poi catturato presso la Torre di Astura e consegnato a Carlo che lo fece condannare a morte e fu giustiziato a Napoli in piazza del Mercato il 29 ottobre.

Orbene nella sua lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell'odierno basso Cilento in quel tempo. Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, per cui è da supporre che Tortorella fosse già fiorente in età normanna. Infatti Carlo d'Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mazzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all'approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, essi si recarono a incontrare il vascello imperiale. Furono ricevuti come capitani, e furono condotti nel feudo di Tortorella dove vennero affidati nelle loro mani l'amministrazione e il governo dell’Università. All’arrivo di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Dopo la sconfitta di Corradino, re Carlo ordinò a Rugqiero Sanseverino, conte di Marsico, di far arrestare i traditori di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Il re, pertanto, aveva ordinato di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti nelle altre terre e dare i loro beni in amministrazione prima a un certo Arduino e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano impadroniti. Il re ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni. Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l'annua provvisione di 20 once sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e Casalnuovo «que tenebat pro dodario».

Nell'Archivio della Badia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella. Nel novembre del 1290, Gerolamo, figlio di Guido, con il consenso della moglie, vendette un terreno con vigna a Policastro, «ubi Molinelli dicuntur», per un'oncia d'oro al D.no Roberto di Tortorella. Il 30 gennaio 1314, per scadenza, vennero devoluti «in feudum nobile» tutti i beni che erano stati di Giovanni Lombardi di Tortorella, da parte di Tommaso Sanseverino a Silvio Vulcano di Padula.

Come è noto, a seguito dell'armistizio di Lione del 31 gennaio 1504 il Regno di Napoli  venne assegnato alla Spagna. Roberto Sanseverino, che aveva saputo destreggiarsi tra Francia e Spagna, ebbe per la morte senza eredi di Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, il consenso all'acquisto e alla divisione dei suoi beni con Bernardino Sanseverino di Bisignano, ad evitare una loro dispersione con la vendita pubblica. A Roberto spettarono Capaccio, Casalnuovo, Gazanello, la Palude (Padula), Lagonegro, Laurino, Magliano, Montesano, Ravello (Rivello), Sansana, Sasso, Scalea, Tito, Tortorella, Trentinara e Verbicaro.

Altre notizie si apprendono dal Laudisio. Nella chiesa parrocchiale di Tortorella venne conservato il corpo del martire San Felice. Il vescovo Giovanni Antonio Santonio di Taranto, eletto vescovo di Policastro nel 1610, oltre a convocare tre sinodi, ricostruì il seminario in base al decreto Tridentino di Riforma cap. 18, Sess. XXIII, attribuendogli anche il beneficio semplice di San Giovanni di Marcaneto di Tortorella. Si apprende ancora dal Laudisio che la chiesa della Beata Vergine Assunta di Tortorella non era una vera e propria Collegiata (non ve ne erano nella diocesi): i sacerdoti erano nominati dal vescovo e chiamati canonici titolari, secondo una consuetudine confermata nel sinodo del 1615 dal vescovo Santonio.

Il titolo di marchese di Tortorella venne concesso il 20 luglio 1710 ai coniugi Teresa Garofalo e Francesco Carafa, il ramo in seguito si estinse. Da Giuseppe Carafa (m. 15 ottobre 1739) passò ad Andrea (m. 14 settembre 1797), e da questi a Francesco Maria (6 aprile 1802).

Il Giustiniani ubica il villaggio su un monte sassoso, ma con buoni pascoli, a 75 miglia da Salerno e a 5 dal mare. Il Tancredi scrive dell'origine dell'abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano e Battaglia suoi casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono «tristi ricordi di tiranniae di soprusi». Sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale, del palazzo dei baroni Gallotti, della chiesa più volte restaurata e dell'antica chiesa di San Vito fuori dell'abitato.

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