CAPACCIO VECCHIO - MONTICELLI

Caput aquis Capudaquis, Capuatii, Caputatium, Caputaquen, Capud acium, ecc. Capaccio. Sede di contea e poi di diocesi. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Da Salerno km. 45.

Il comune di Capaccio sorge sul Monte Calpazio da cui probabilmente ne prende il nome. 

La sua storia è strettamente legata a quella della colonizzazione greca della costa tirrenica. 

Si divide in due nuclei abitativi, uno medioevale e l’altro moderno.

Ben poco resta dell’antica cinta muraria di Capaccio “Vecchia” in cui trovarono rifugio i pestani nel IX sec. Restaurata dagli Angioini, presenta delle caratteristiche ascrivibili alle fortificazioni realizzate dai Normanni.

Dell’abitato urbano medioevale, abbiamo tracce di splendide abitazioni ritrovate presso la cima del monte Calpazio insieme ad alcuni frammenti di ceramica che testimoniano la presenza di nuclei abitati nell’antico borgo almeno fino al  XVIII secolo. Il Castello di cui oggi rimangono soltanto i ruderi, fu per lungo tempo sotto il diretto controllo della Corona. La notevole Cattedrale della Madonna del Granato è indicata come il simbolo della continuità fra Paestum e Capaccio. I pestani rifugiatisi a Capaccio infatti, svilupparono la devozione cristiana, continuando il culto pagano di Hera. Altrettanto importante è la Chiesa dell’Annunziata, ubicata alle porte del sito archeologico di Paestum. 

I RUDERI DI CAPACCIO VECCHIO

I RUDERI DI CAPACCIO VECCHIO

I RUDERI DI CAPACCIO VECCHIO

IL VECCHIO BORGO DI MONTICELLI

I RUDERI DI CAPACCIO VECCHIO

IL VECCHIO BORGO DI MONTICELLI

IL VECCHIO BORGO DI MONTICELLI

IL VECCHIO BORGO DI MONTICELLI

IL VECCHIO BORGO DI MONTICELLI

IL VECCHIO BORGO DI MONTICELLI

A RICORDO DELLA PERMANENZA DI SAN MATTEO

CAPPELLA DI SAN DONATO

LA CATTEDRALE DEL GRANATO

LA CATTEDRALE DEL GRANATO

LA CATTEDRALE DEL GRANATO

LA CATTEDRALE DEL GRANATO

IL SARCOFAGO DI SAN MATTEO


Sull'ubicazione del luogo che vide le soldatesche di Spartaco sbaragliate dall'esercito di Crasso, e cioè ai piedi del monte Cathena, Centenna, Calamatro, Calamazio, Calpazio presso il lago, stagno o palude lucana hanno scritto il Cluverio  e poi il Corcia  e i1 Riccio.

Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell'evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell'Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni. Come sede vescovile, Capaccio vecchia aveva, come a Paestum, oltre la cattedrale, il battistero autonomo e la << domus episcopi >>, più tardi (IX secolo) anche la << domus canonicorum >> e uno spazio innanzi la cattedrale sufficiente per le processioni. I vescovi, come si è documentato, continuarono a dirsi pestani fino al vescovo Leonardo che pare sia stato il primo a sottoscrivere documenti con quel predicato. Si apprende dal Mandelli  che Giovanni XIII nel confermare (bolla del 967) Pietro quale vescovo pestano chiariva << quae Caput aquis dicitur >>.

Di Capaccio è notizia pure per l'arrivo colà di Ottone II (ottobre 981) che ne ripartì subito, passandovi ancora ne1 982. Tra i tanti documenti esistenti nell'Archivio cavense sono particolarmente interessanti le note vendite (a. 977) del vescovo Pando e quello del 989 che dice del vescovo Lando e della cattedrale i cui resti sono stati rimessi di recente in luce. Non meno importanti altri. come quello del 1036 con il quale Romualdo, figlio del fu conte Grimoaldo divise con i fratelli conti Grimoaldo e Romualdo e con Aloara, vedova del fratello Rodelgrimo, tutta la proprietà che possedevano a Capaccio.

Nel CDC è un documento del 1051 che informa che ad est del Calpazio era sorto un nuovo abitato (Capaccio nuovo), per cui Federico II si accanì solo sul fatiscente abitato di Capaccio vecchio << e contro le prime abitazioni >> del nuovo villaggio. Questo sorse sulla dorsale del monte Calpazio senza cinta muraria. E poiché finora non è stato possibile accertare l'esistenza a Capaccio vecchio di un palazzo comitale, è da presumere che i conti risiedessero nel « castellum vetus ».

Del 1052 è una donazione di Pandolfo, conte di Capaccio e Corneto e fratello del principe Guaimario IV, della chiesa della S. Preparazione (S. Venera, trasposizione agiografica dei Venerdì santo) « in loco cornitu finibus caputaquis », fatta da lui costruire e che il vescovo pestano Amato aveva esentata dalla sua giurisdizione nel luglio del 1047. Come ho già detto Pandolfo fu ucciso sulle rive salernitane nel difendere il fratello Guaimario IV per cui la contea fu divisa tra i suoi molti figli, tra cui Giovanni che sposò Ageltruda di Sessa, da cui Giordano che donò al monastero cavense la chiesa di S. Veneranda di Roscigno, nei pressi di Corleto, e Gregorio che sposò prima Sighetgaita di Teano e poi Maria di Erberto. Dello stesso Giordano di Corneto è poi un altro diploma da considerare vendita, ma importante perché ci informa su parte della vasta parentela sua.

Va ricordato che nel 1062  Capaccio era ancora sotto il dominio di Gisulfo II, come lo erano Ridiliano di Capaccio, Trentinara, Laureana e Camella. Notizie che derivano dall’intestazione dei documenti che mostrano che nelle sue conquiste in Lucania e Brizia Guglielmo del Principato doveva aver lasciato delle sacche che i notai continuavano a considerare sotto il dominio dei principe Gisulfo intestando a lui i documenti fino alla caduta della rocca e alla sua deposizione da parte di Roberto il Guiscardo, il cui nome compare subito negli atti pubblici.

Nell'età di re Ruggiero pare le che fosse signore di Capaccio Rainolfo di Alife. Nel 1132 l'abate Landone della chiesa di S. Nicola, costruita a << casa vetere >> sotto il vecchio castello e appartenente a Giovanni, figlio di Gregorio, figlio di Pandolfo di Capaccio, dichiarò che la chiesa possedeva un terreno e un fabbricato fuori la città nuova di Capaccio, non molto lontano dalla “porta que dicitur de pagagno”, e che per ordine di Giovanni concedeva a tre fratelli. Nel Catalogo dei baroni è segnalato Guaimario di Capaccio per il feudo di Abriola (Briola o Tabriola) in Basilicata, per cui tenuto a due militi e con l'aumento « V milites et servienies VI ». 

Da Pandolfo di Capaccio e Corneto  e Teodora di Tuscolo, oltre i figli di cui si è detto (secondo, Gregorio; quarto, Giovanni) il primogenito Guaimario, signore di Capaccio, che sposò Sighelgaita di Capua, da cui Pandolfo e dal quale Guglielmo  che successe allo zio Guglielmo (II) de Mànnia nella baronia di Novi perché quest'ultimo non aveva avuto prole dalla moglie Altruda di Teano. Il castello di Capaccio (1230-1231) era << castrum R. Curiae >> alle dirette dipendenze imperiali, con nomina diretta dei « provisores » e indicazione di coloro (casali, baronie) tenuti a provvedere alla manutenzione.

Poi Capaccio passò ai Sanseverino che tenevano la contea ai tempi della nota congiura . I Sanseverino si erano asserragliati nei castelli di Sala e di Capaccio, il « fortissimo castro Capuacio » espugnato da Federico dopo quattro mesi. L'imperatore si affrettò a darne notizia al conte di Tolosa . Dei tempi di Federico II è anche la conferrna all'arcivescovo Amato di Salerno delle donazioni fatte da Gisulfo II alla chiesa di Salerno << in comitatu Capuaci >>. Nel 1248 Innocenzo IV, tenendo presente che << mater Ecclesia >> deve provvedere << indigentibus filiis >>, particolarmente per quelli che per essa furono spogliati di loro averi, chiese all'abate del monastero di S. Pietro di Eboli di provvedere per l'assegnazione di un feudo militare a1 diletto figlio Giovanni di Felitto, << miles Caputaquensis diocesis >> che aveva avuto confiscati i beni da Federico II. Notizie di Capaccio anche nel Regestrum dell'abate Tommaso.

Dell'età angioina e aragonese sono molte notizie nei relativi Registri, tra cui l'assegnazione alla contea di Alesina (Capitanata) di « Capuacium, terra Gifonis cum arce et terra Schifati cum arce in Principato ». Il castello era ancora devoluto in età angioina alla regia Curia che vi prepose castellani francesi, mentre Capaccio veniva ricostruita (1266-1269). Nel 1271 re Carlo donò << carissimo primogenito nostro >>, e cioè al principe Carlo, la città di Capaccio. Nel 1290 Carlo Martello informò lo strategoto di Salerno di aver avocato alla regia Curia il castello e il casale di Capaccio, ordinandogli di recarsi colà per chiedere << hominibus Capuacii >> il giuramento di omaggio e fedeltà. Nello stesso anno 1290 il vescovo di Capaccio, i villaggi di Capaccio, Trentinara e Agropoli, le baronie di Fasanella, Corbella, Monteforte, Corneto e Postiglione, unitamente ai monasteri di S. Lorenzo de Strictu, di S. Benedetto di Salerno e della SS. Trinità di Cava furono avvertiti che dovevano contribuire alle riparazioni necessarie per rimettere in piena efficienza il castello di Capaccio. Si legge in un documento del 19 dicembre 1293 che i1 vice-castellano di Capaccio aveva sequestrato per rappresaglia a persone di Capaccio 1500 pecore gestanti, 9 buoi, 12 asini e 15 maiali.

Nel 1303 re Carlo concesse Capaccio, Eboli, Auletta, Albanella, Roccadaspide e Laurino al figlio Raimondo Berengario, signorie che poi nel 1306 passarono all'altro figlio Pietro. La regina Giovanna e il marito re Luigi investirono poi, sempre secondo il Volpi, di Altavilla e Capaccio Ruggiero Sanseverino a compensarlo delle spese sostenute nella lotta contro altri baroni del Regno. Avendo appreso che si cercava di molestarlo nel possesso di questi beni, Ruggiero ne scrisse ad Avignone al papa Urbano V, il quale, a sua volta, ne scrisse (30 agosto 1363) all’arcivescovo Pietro di Napoli. Il presule ne parlò con la regina che ordinò di scriverne a Tommaso di Santomagno, vescovo di Capaccio. Nel testamento di Ruggiero, ricordava Scipione Ammirato (fam. Sanseverino), si leggeva del lascito di Capaccio al suo primogenito Errico, avuto dalla prima moglie Giovanna d'Aquino. Da Errico, Ruggiero e poi Luigi ribelle nei 1405, per cui re Ladislao ne avocò i beni alla corona. Capaccio fu così concesso a Boffilo del Giudice, alla cui morte i1 feudo fu spartito tra i figli Resteraimo, Lionello ed Ettore. Morto Lionello, e acquistato da Ettore la sua terza parte nel 1422, l'unico possessore Bertaraimo sposò Giovanna della Morra, dalla quale, però, non ebbe prole per cui i loro beni tornarono alla Corona. Scrive F. Campanile che la madre di Martuccio d'Alemagna era una Sanseverino, sorella di Tommaso, signore di Laurino e di Padula nel 1348.Martuccio ebbe in dono dallo zio Tommaso alcuni feudi nel territorio di Padula, beni confermatigli (a.1478) da Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio e Satriano e signore di Laurino e Padula. La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso d'Aragona. Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio, madre e balia di Gaspare Sanseverino, conte di Capaccio e delle baronie di Laurino e di Cuccaro, confermò a Giacobello di Monforte, suo suffeudatario, il feudo nobile di Laurito concessogli da Francesco di Sanseverino il 24 ottobre 1438. Nel 1442, << in castris apud Caput Aquarum >> re Alfonso esaminò atti di governo. Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l'eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 per aver partecipato alla congiura dei baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni.

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