CAPACCIO NUOVO

Caput aquis Capudaquis, Capuatii, Caputatium, Caputaquen, Capud acium, ecc. Capaccio. Sede di contea e poi di diocesi. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Da Salerno km. 45.

Il comune di Capaccio sorge sul Monte Calpazio da cui probabilmente ne prende il nome. 

La sua storia è strettamente legata a quella della colonizzazione greca della costa tirrenica. 

Si divide in due nuclei abitativi, uno medioevale e l’altro moderno.

Quest’ultimo rappresenta il fulcro amministrativo di un’area più ristretta, denominata appunto Capaccio Nuova, ricca di importanti edifici sacri tra cui la Chiesa del Rosario risalente al XVII secolo, il Convento dei Frati Minori Osservanti del XVI secolo a cui è annessa la Chiesa di Sant’Antonio e la Chiesa di San Pietro già esistente nel XVII secolo.

Nel 1960 è stato terminato il Santuario del Getsemani, meta di molti fedeli provenienti da ogni parte del mondo. 

La sua economia è legata all’allevamento, al turismo e all’agricoltura con vari prodotti tipici del luogo come il carciofo e la mozzarella.

Vengono organizzati in questa località numerosi eventi religiosi e non, volti alla valorizzazione dei tanti prodotti tipici della zona e all’incremento del settore turistico.

SCORCIO DEL BORGO

SCORCIO DEL CENTRO STORICO

SCORCIO DEL CENTRO STORICO

SCORCIO DEL CENTRO STORICO

SCORCIO DEL CENTRO STORICO

RESTI DEL PALAZZO VESCOVILE

RESTI DEL PALAZZO VESCOVILE

SEDE VESCOVILE

SCORCIO DEL CENTRO STORICO

CHIESA DI SAN PIETRO

CHIESA DI SAN PIETRO

CONVENTO DEI FRATI MINORI

LA FONTANA DEI TRE DELFINI

LA CASA DI COSTABILE CARDUCCI IL PATRIOTA

PALAZZO NEL CENTRO STORICO

CASA PATRIZIA

VEDUTA DEL BORGO


 Il feudo di Capaccio venne poi concesso da re Federico alla cognata Caterina della Ratta, figlia del conte di Caserta e di Anna Orsini dei principi di Salerno, la quale aveva sposato il figlio naturale di re Ferrante, Cesare d'Aragona. Morto costui, Caterina sposò Andrea Matteo Aquaviva, duca d'Atri, ma non avendo avuto prole sia dal primo che dal secondo marito i beni tornarono alla corona. Ferdinando il cattolico, dopo la morte di Roberto Sanseverino, volle che la vedova sposasse Giacomo Appiano, signore di Piombino, affidando l’orfano Ferrante di due anni al catalano grande ammiraglio Bernardo Villamare, ordinando al vicerè di formare uno << stato >> con Capaccio, Altavilla, Pisciotta, Tito, Calvello e Satriano da donare all'ammiraglio. Questo vi fece includere Padula. I1 re confermò, ma l’inclusione di Padula venne poi revocata, quando la Curia si avvide dell’ indebita inclusione.

Padula e Buonabitacolo vennero poi donati a Giovanni di Cardona.

Ferrante sposò Isabella Villamare, la << più bella e virtuosa Dama dell'età sua >>. Il feudo di Capaccio tornò poi alla Corona che lo vendette nel 1578 a Cesare d'Avalos d'Aragona per un prezzo da liquidarsi in ragione del quattro e mezza per cento. Cesare alienò Capaccio  e Altavilla a favore di Nicola Grimaldi, figlio di Agostino, dei principi di Monaco per lo stesso prezzo liquidato dalla regia Curia (d. 69.637.33). Da Niccolò, Agostino e poi un altro Niccolò che mori celibe. Gli successe i1 fratello uterino Nicolò Doria perché la madre (Isabella della Tolfa) aveva sposato in seconde nozze Marcantonio Doria che aveva ottenuto il titolo di principe di Angri il 20 febbraio 1636. A Marcantonio passò per eredità anche il titolo di duca d'Eboli.

I1 titolo di conte di Capaccio, però, fu concesso a Nicolò Doria il 4 ottobre 1659. La contea continuò a essere posseduta dai Doria. Da un discendente, un altro Marcantonio (m. 21 maggio 1760), 1a contea, con Convincenti, Giungano, Lagopiccolo e Cripta passo (12 dicembre 1761) a Giovan Carlo Doria. A questo successe Marcantonio, primo della famiglia ascritto al Libro d'oro di Napoli. Da costui Giovan Carlo (n. 1788) e Francesco (n. 15 ottobre 1797 m.9 maggio 1874), il quale da Giulia Caracciolo, dei principi di Ave1iino, ebbe Marcantonio (7 settembre 1824 m. 12 maggio 1870), marito di Laura Marullo, dei duchi di S. Cesareo, e padre di Francesco (n. 16 luglio 1855). Questo, con decreto ministeriale 21 luglio 1901, venne riconosciuto nel legittimo possesso dei predetti titoli insieme a quel1o di marchese per provenienza dal patriziato genovese, di patrizio di Napoli e di Genova, di principe di Centola  e marchese di Pisciotta e dei predicati di Montella, Giungano, S. Serio e Molpa, con i quali fu ascritto a1 Libro d'oro italiano, insieme al fratello Ernesto (n. 16 febbraio 1863) e alle sorelle Giulia, sposata Siciliani di Renda, Maria, sposata Baracco, Isabella, sposata Compagna, e Teresa, sposata Bonelli. Ai Doria pare sia appartenuto anche il casale di Castinatelli.

Do qui in nota alcune notizie riferibili a vescovi della diocesi e alla stessa Capaccio.

I1 Gatta  parla dei vescovi, tra cui mons. Odoardi che da Sala trasferì la sede della diocesi a Villa di S. Pietro e cioè a Capaccio nuovo. Indugia poi sull'origine della città, sulla nota congiura, su Arnolfo primo vescovo che si disse di Capaccio, del rinvenimento tra 1e rovine di Paestum dei sacri resti dell'evangelista Matteo, degli assistenti del vescovo (due vicari e un auditore a latere) nel governo della diocesi e anche delle rendite della mensa vescovile che ai suoi tempi ammontavano a d. 6.000 annui.

I1 Pacichelli  dice della « Città novella [che] vien detta Capaccio per 1e acque capitali », poi distrutta da Federico II nel 1246. Città che « si solleva in un alto colle, ma aspro, con un Castello forte e inespugnabiie per lo sito ». La città vecchia era poco abitata ai suoi tempi. La vasta diocesi di 150 miglia comprendeva 140 « Ville e Casali » di cui 12 spettavano al monastero cavense. Ai suoi tempi vi erano tre conventi di celestini, due di olivetani, due virginiani, due di Sant'Agostino di Carbonara, otto di conventuali dieci di minori osservanti, quattro di cappuccini, sette di domenicani, quattro conventi di monache tra cui a Diano e a Castelluccia.

L'Antonini , dopo aver detto anche lui del toponimo (Capo d'acqua) e dei vescovi pestani, poi di Capaccio, accenna ai tributi (datia) che le popolazioni locali pagavano ai saraceni per evitare scorrerie e saccheggi. Egli pone Capaccio nuovo in luogo sassoso e ai suoi tempi << bastevolmente popolato, facendovi i Vescovi non di rado loro residenza >>. Territorio assai vasto << che arriva fino a Spinazzo e al Sele sul piano >>.

Il Di Stefano se nel suo ms. dice del sinodo del 1629 di mons.

Brancaccio, della congiura, dell'assedio della rocca e della sua caduta e delle distruzioni di Capaccio e Altaviila.

Accenna poi alle chiese e ai casali scomparsi nei dintorni dell'abitato, della « palude lucana », di S. Manfredo i cui resti erano un tempo nella cattedrale di Capaccio, indugia sulla « palude del Gaudo » (notizia da un apprezzo di Capaccio del 1592) e dei << paduli detti le Strette, di Cerzagallara e della Tufarella >>.

Il Giustiniani  accenna a Capaccio vecchio << sul monte Calamarcum, Calamatium, Calpatium >>, ai suoi fertili terreni, alle acque naturali (ferro e zolfo), al fiume Salso e alle sorgenti salmastre. Ai suoi tempi il villaggio era abitato da 1820 tra agricoltori e pastori. 

San Vito

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