ROCCA CILENTO

ROCCA (di) CILENTO LA CAPITALE DELLA BARONIA. Cilentus, Cilento, università autonoma anche dopo l’inclusione nella cinta fortificata della rocca dei Sanseverino, per cui la denominazione «LA ROCCA CILENTI», odierno Rocca Cilento fraz. Di Lustra da cui dista Km. 1,5. Da Salerno Km. 69.

Frazione del comune di Lustra, nota per il suo castello risalente all'età normanna.

In un documento del 1119 risultava inserita nella cinta fortificata del castello dei Sanseverino e nel 1185 l’insediamento di Rocca figurava come abitato. Rocca era anche la sede dell’importante ufficio diocesano dell'arcipresbiterato Sanseverino, la utilizzavano come residenza e ufficio per esercitare l’attività giudiziaria e amministrativa.

Il castello di Rocca Cilento è un complesso a pianta pentagonale allungata in direzione nord-sud che domina  il borgo.Risale probabilmente alla fine del secolo IX, costruito a causa delle ondate di invasioni ungare e saracene.

CAPANO IL BARONE DI ROCCA

CAPPELLA SAN GIUSEPPE

CASTELLO SEC X

CASTELLO SEC X

VEDUTA

CONVENTO SAN FRANCESCO

CONVENTO SAN FRANCESCO

IL CASTELLO DELLA BARONIA

IL POZZO MIRACOLATO DELLA PESTE DEL '600

LA CHIESA DELLA MADONNA DELLA NEVE

LA PROCESSIONE

PALAZZO DEL BAGLIVO SEC XIII.

PALAZZO GRANITO SEC XV

MADONNA DELLA NEVE

CONVENTO DI SAN FRANCESCO


Come già argomentato altrove, confermo con documenti nel frattempo reperiti che il Cilento, non è ubicato sulla cima della Stella.Era un villaggio a sè, sede di actus e di contea longobardi, che per la sua posizione geografica d'importante nodo viario e per l'attività dei suoi abitanti a era riuscito a polarizzare, nel suo, tutte le attività economiche e politiche dei villaggi circonvicini.

La prima notizia del toponimo è in una donazione del 963, cui seguì il fondamentale diploma dei principi Giovanni e Guaimario del 994. Ma il documento che informa dell'inclusione del villaggio di Cilento nella cinta fortificata del castello dei Sanseverino, «a Rocca», è del 1119. Cioè quando il grande abate Pietro e il suo coadiutore

Costabile, con abile atto politico, investirono di tutta la proprietà posseduta dalla Badia nel tenimento del villaggio Gualtiero, detto Vulture, « qui in castello de cilento quod rocca dicitur, magister preest » e cioè governatore de «la Rocca » dei Sanseverino. Il feudo di Cilento via via si estese fino a comprendere molti villaggi costituendo una vasta baronia che confinava con la contea del Principato e con le baronie ecclesiastiche di Agropoli e di Castellabate. Non abbiamo notizie sicure circa i'assegnazione del feudo di Cilento, e cioè se fosse stato conquistato da Troisio « il normanno », di Rota, e confermato dal duca Roberto al figlio Ruggiero di Sanseverino o assegnato direttamente a Ruggiero che sposò Sica (m. 1121), figlia del conte Pandolfo di Capaccio da cui Ruggiero e Troisi junior. Certo è che nel 1094 signore di Cilento era già Ruggiero. Dell'estensione della baronia si apprende, però, solo dal processo di reintegra ordinato da re Carlo I nel 1276 a favore della Badia. Villaggi di cui molti compresi nell'antico distretto longobardo (actus) di Cilento, sede della contea del fratello del principe Gisulfo II, Guaimario. Sia Ruggiero che il fratello Troisio, signore di Montemiletto donarono beni alla Badia di Cava. Anzi Ruggiero, dopo un periodo di astiose persecuzioni contro vassalli e beni della Badia, pare che si fosse riconciliato con i benedettini dopo aver chiesto perdono al grande abate Pietro, fino a vestire addirittura l’abito monastico. Nel 1125 è notizia del figlio Enrico e dei suoi contrasti con il primogenito fratello Roberto (divenne capostipite dei Sanseverino di Caserta), dapprima designato erede dal padre e poi sostituito con il secondogenito Enrico che sposò la buona Fenizia. Enrico favorì la Badia inviando persino ad assistere al giudizio nella vertenza Badia-assegnatari di Persiceto  il suo stratigoto Gugiielmo di Montoro e il viceconte della baronia Pietro di Copersito. Gli successe, come reggente, la vedova Fenizia che nominò amministratore generale dei beni Sergio Secia. Giunto alla maggiore età il figlio Gugliermo assunse tutti i poteri della signoria. Partecipò pure alla congiura contro il grande ammiraglio Maione (fu ucciso dai salernitano Matteo Borrello il 10 novembre' 1160) e fuggì all'appressarsi delle forze di Guglielmo il Malo, deciso a punire i congiurati. il castello di Sanseverino fu così difeso dalla sorella di Guglielmo, Marotta (aveva sposato Ruggero di Aquila scampato con il cognato fuori del regno), poi presa e imprigionata con la madre Fenizia a Palermo, ricorda il Farcando, dove vennero fatte morire di fame. I beni confiscati vennero assegnati, in spregio, ai Sanseverino di Caserta che vi avevano sempre aspirato. Dopo la morte di re Guglielmo (7 maggio 1166), la regina Margherita di Navarra concesse un’amministia reintegrando nei loro feudi gli antichi possessori. I Sanseverino di Caserta adirono i tribunali per l,assegnazione definitiva dei feudi di Sanseverino e di Cilento. Nel giudizio, celebrato alla presenza del giovane re Guglielmo, poi Guglielmo il Buono, ascoltati i contendenti e i loro rappresentanti, il gran cancelliere del regno decise a favore di Guglielmo Sanseverino, questo sposò (intorno al 1162) Isabella di Marsico, figlia del conte Silvestro. Dal citato documento del 1183 si apprende de1le cariche pubbliche (giustiziere e contestabile) ricoperte, per la fiducia del re, da Guglielmo anche conte di Capaccio.Guglielmo Sanseverino donò molti beni e altri ne riconobbe in proprietà alla Badia cavense (aa. 1183-1182), con la quale definì persino (a. 1187) i confini delle due baronie, documento sottoscritto oltre che dalla moglie Isabella, anche dal suo primogenito Giacomo. Subentrato nei feudi, per la morte di Guglielmo, Giacomo per non aver fornito a Federico II i forti nuclei di armati richiesti per la guerra contro i saraceni di Sicilia, fu imprigionato dall'imperatore . che ne avocò (a. 1223) anche i beni al fisco. Feudi poi restituiti (a. 1229) a Tommaso subentrato nelle signorie per la morte senza eredi del fratello. Tommaso aveva sposato Perna di Morra, dalla quale ebbe Guglielmo e Ruggiero che sposarono le sorelle di S. Tommaso de Aquino, Maria e Teodora. Tommaso chiese all'imperatore di scambiare le signorie di Sanseverino e di Cilento con la contea di Marsico del nonno materno, già assegnata a Filippo Guarna cli Salerno dopo la morte senza eredi di Guglielmo, il fratello di Isabela di Marsico, e la conseguente avocazione dei beni al fisco. A conguaglio (prima del 1229), Tommaso versò alia Corona mille once d'oro. La baronia di Cilento venne concessa dall’imperatore prima a Giovanni di Villano, poi al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido di Pozzuoli. La baronia venne poi restituita ai Sanseverino, ma poiché Tommaso con il figlio Guglielmo presero parte alla congiura di Capaccio (si asserragliarono nel castello di Sala) ebbero avocati al fisco i loro beni e poi uccisi (a. 1246). Come è noto, a Federico II seguì, quale vicario in Sicilia e in Italia, il figlio naturale Manfredi che nominò lo zio materno, gran maresciallo di Sicilia Galvano Lancia, conte di Sanseverino e barone di Cilento e poi anche governatore di Salerno e del principato. Dopo l'ingresso di Innocenzo IV a Napoli (27 ottobre 1254), il pontefice restituì anche la baronia di cilento a Ruggiero di Sanseverino, da lui allevato dopo che era scampato miracolosamente (aveva nove anni) all'eccidio di Capaccio. Dai Diurnali di Matteo da Giovinazzo si apprende del matrimonio di Ruggiero con la nipote del papa Innocenzo IV, figlia di Obizzo Fieschi. Notizia spiegabile ,solo con un primo matrimonio senza prole. certo è che Ruggìero sposo Teodora, figlia di Landolfo d'Aquino. Ii vicario imperiare Manfredi, poi incoronato a Palermo, ripresa la lotta avocò i beni di Ruggiero assegnando il feudo di sanseverino al congiunto conte Giordano di Anglano, nominato poi vicario in Toscana e podestà di Siena. A seguito degli accordi tra il francese papa urbano IV e il suo successore Clemente IV con Carlo d'Angio e la calata di questo in Italia (a. 1265), dopo la battaglia di Benevento (26 febbraio 1266) e dopo il conferimento a carico lo Zoppo del principato di Salerno, Ruggiero venne reintegrato nelle signorie di Marsico, Sanseverino e Cilento (a. 1276) e in quelle di Atena (Lucana), Sala (consilina) e Diano (odierno Teggiano). Capitano delle milizie del re in Puglia (1267-1268), Ruggero fu poi vicario a Roma.  Quando il re ebbe il regno di Gerusalemme da Maria di Antiochia e fu incoronato dal papa (1277), invio Ruggiero a prenderne possesso. Vi rimase come vicerè fino al 14 ottobre 1282, quando venne richiamato per affidargli l'incarico di capitano generale di Principato e di Basilicata. Giustiziere di Terra di Lavoro nel 1282-1283 fu poi mobilitato per la sopraggiunta glterra angioino-aragonese e nominato capitano generale a guerra (1 agosto 1284). Ideata la nota linea di difesa Policastro- Basilicata, morì nel 1285 quando le forze degli aragonesi si erano spinte verso Policastro, Camerota e Padula. Il figlio Tommaso fu nominato comandante di tutte le forze costiere nel tratto Salerno-Policastro e custode della città di Salerno. Il 22 agosto 1284 fu nominato capitano generale a guerra per il giustizieriato di Calabria, poi sostituito per infermità il 2 settembre. Nominato di nuovo (20 agosto 1289) capitano a guerra per il Principato e la Basilicata da Carlo II, riconquistò Policastro e Camerota provvide a rinforzare la guarnigione di Capaccio provvedendo ancora alla rocca di Cilento ed al castello di Roccagloriosa, di cui curò il passaggio al demanio. Posto il suo quartier generale ad Agropoli  fu coadiuvato dalla moglie, Margherita di Valdemonte, non solo per il ripristino delle fortificazioni di Agropoli, ma per 1a clifesa del castello di S. Severino di camerota (poi di Centola) a seguito delia morte del feudatario Pietro de Fussano. Nel 1298 iniziò I'assedio di castellabate che alla fine del 1299 capitolò. Con la signoria di Cilento, Tommaso di Sanseverino possedeva i feudi di Atena, casale di Boni Riparii, Castelluccio, Corbella, Diano, Fasanella, Magliano vetere, Monteforte, Pantuliano, Sala, S. Severino di Camerota, Sanza e Serre. Ottenuto il feudo di Padula vi fondò nel 1305 la famosa Certosa, la prima sorta in Italia. La baronia di cilento che ai tempi di Roberto d'Angiò era tassata per 54 once e 25 tarì, passò da Tommaso a Enrico, morto giovanissimo. Gli successe Tommaso da cui Antonio e Tommaso (t i3B7). Successe poi nella baronia, sotto la tutela della madre Francesca Orsini, Luigi che sposo Caterina di Sanseverino, da cui Tommaso, primogenito, che per la confisca di re Ladislao perdette tutti i feudi. Nei Registri angioini si legge ancora dell'occultamento da parte di Cilento di 110 fuochi, per cui la riscossione della tassa di 300 once e 15  tarì. il Volp segnala la lettera (4 aprile 1364) dell'arcivescovo Pietro di Napoli a Tommaso di Sanctomagno, vescovo di Capaccio, circa I'osservanza dell'assegnazione dei feudi fatta da Urbano V (Avignone, 30 agosto 1363) a Ruggìero Sanseverino. Nel 1414 i feudi dei Sanseverino risultavano ancora avocati al fisco. La duchessa di Sessa, Covella Ruffo, figlia di Giovanni Sanseverino, convinse poi Giovanna II, sua cugina e intima, a restituire i beni ai Sanseverino (1434). Dopo la morte di Luigi Sanseverino i beni passarono al figliuolo Tommaso che sposò Emilia Capece da cui la sola figliola Diana. Poiché Giovanna II con suo speciale diploma aveva stabilito che le donne di casa Sanseverino non potessero succedere nei beni, re Alfonso d'Aragona (diploma da Teano, 20 luglio 1436) assegnò le contee di Sanseverino e di Marsico e i castelli di Agropoli e di Castellabate a Giovanni Sanseverino, frateilo di Tommaso. Ma poiché Torrrmaso seguì la fazione di Renato d'Angiò, re Alfonso, con diploma del 1438 assegnò i beni a Diana, poi anch'essa ribelle, per cui l'avocazione dei beni al fisco. Con ordinanza del 14 settembre 1439 re Alfonso diminuì le collette della baronia da 17  12 once, per qui Cilento con i suoi casali dovette versare solo 10 once e 14 tarì e un'oncia e 14 tarì Carlo Capano per i feudi di Guarrazzano, Pollica e Porcili. Giovanni Sanseverino, conte di Marsico e barone di Cilento, partecipò al parlamento generale di Napoli (28 febbraio 1443). Fu vicereggente del Principato. Nel 1444, infermo, fece testamento incaricando il figliuolo Luigi, al quale aveva assegnato anche Diano e il Castello dell'Abbate, di versare ai vescovo di Capaccio 12 once annue. Assegnò a Roberto la baronia di Rocca, tra i'altro anche 20 ducati alla chiesa di S. Francesco di Cilento. Di Cilento è ancora notizia nel 1445, per l'ordine di esigere le collette da  < Cilentum cum casalibus >. Agropoli, Castellabate e Felitto . Morto Luigi senza eredi, re Alfonso (diploma 22 dicembre 1450, Torre Ottava) confermò a Roberto e fratelli Ie contee di Marsico e di Sanseverino, la baronia di Cilento e i feudi di Agropoli e Castellabate. Da re Ferrante, Roberto ebbe poi il principato di Salerno (diploma 27 novembre 1463 da Terlizzi) concedendogli pure il meroe misto imperio nella baronia di Cilento e nei casali di Acquavella, Porcili, Guarrazzano, S. Giovanni, un tempo posseduti da Carluccio Capano . Roberto Sanseverino fu poi nominato anche grande Ammiraglio. A Roberto (m. 12 dicembre 1474) segui Antonello che solo nel 1477 fu nominato grande ammiraglio. Prese parte alla congiura dei baroni, ottenendo poi dal principe Alfonso di uscire dal regno. Si recò a Rocca (castellani Giovanni e Roberto di Costantino), poi ad Agropoli e di là a Salerno. Ottenuto il consenso del re, a Sarno, sfuggì all' arresto rifugiandosi prima a Roma e poi in Francia per indurre Carlo VIII a venire in Italia, il quale vi giunse ne1 1494. Intanto Alfonso II, successo a Ferrante, rinunziò al trono a favore del figlio Ferdinando Ii (25 gennaio 1495) che fuggì a Ischia. Così Carlo VIII entrò a Napoli il 1 febbraio 1495. Il 17 maggio reintegrò Antonello di tutti i beni con un diploma edito dal Gatta . Uscito Carlo VIII dal regno (maggio 1495) tornò re Ferdinando (7 luglio) che morì nell' ottobre dell'anno seguente. Sali ai trono lo zio Federico. Antonello, raccolto quanto possedeva, fortificò i castelli di Salerno, Sala, Diano, la Rocca, Agropoli e Castellabate. Rinchiusosi nel castello di Diano vi sostenne I'assedio capitoìando con patti onorevoli (17 dicembre 1497). Partì poi per Senigallia, dove morì il 26 febbraio 1499 lasciando erede Roberto (II) natogli da Costanza di Urbino il 1 maggio 1486. Nel gennaio de1 1504 gli spagnuoli s'impadronirono del Regno e a seguito delia pace Francia-Spagna, Roberto ottenne di essere reintegrato nei suoi feudi (diploma 27 aprile 1506). Sposò Maria d'Aragona, fig1ia del duca Alfonso di Villermosa, fratello naturale del re Cattolico. Roberto morì due anni dopo (1508) ad Agropoli, lasciando il figlio (nato il 18 gennaio 1507) Ferdinando, nome datogli in onoredello zio re di Spagna. Come tutrice del minore resse i beni la madre Maria d'Aragona. Ferdinando (Ferrante) ancora bambino, sposò per volere del re la coetanea Isabella Villamarina (17 ottobre 1516). Nel 1517 fu investito dei beni paterni, divenendo il più potente barone del Regno. Va ricordato che l'8 maggio 1535 Ferrante Sanseverino ottenne dal re il privilegio di giudicare i reati commessi dai propri vassalli in tutte e tre le baronie del territorio (Cilento, Castellabate e Agropoli). Quando il vicerè Pedro de Toledo, succeduto al cardinale Colonna, prese a malvolerlo, Ferrante lasciò Napoli per la Francia per invitare Enrico II a conquistare il Regno. Nel 1552 venne condannato a morte dal Consiglio di Stato di Napoli e i suoi beni confiscati. La dissoluzione delle baronie incominciava. Sotto il dominio di Ferrante il castello di Rocca che nel tardo '400 Juliano Fiorentino, maestro di fortezze, aveva rafforzato, venne ricostruito (la parte nord-ovest della cortina esterna muraria è bastionata). Va segnalato che nella vendita dei feudi della baronia, a volte la stima veniva fatta a un tanto di ducati a fuoco (v. a Camella). Il 1 maggio 1553 ii castello di Rocca con i casali di Rutino, S. Maria dei Martiri e S. Lorenzo fu venduto dai fisco a Michele Giovanni Gomez, presidente della R. Camera della Sommaria. A costui (1566) successe il figlio Gaspare e poi il figliuolo di questo, Michele Giovanni che tenne il feudo fino al 1577, quando passò alla R. Curia che vendette il feudo all'asta, aggiudicandolo ai coniugi Paolo Bozzuto e Giovanna Anaclerio. Costoro e il figlio Troiano vendettero i feudi di Rocca e Rutino a G. Battista Barba, il quale nel 1608 vendette Rocca con Rutino, Mercato seu casale di S. Maria delti Martiri e Mercato S. Lorenzo ad Alessandro Sanseverino, con altre giurisdizioni, per 21.000 ducati. Feudi, casali e giurisdizioni alienati poi a favore di Conforto Vitale per d. 28.000. A Conforto successe il fratello Bernardino, bandito dal Regno per un delitto con sequestro dei beni. Alla sua morte gli successe il parente Michele Vitale che vendette i beni nel 1661 ad Angelo Garofalo che vi rinunziò (1667) a favore di Marco Garofalo, presidente della R. Camera della Sommaria, il quale l'11 giugno 1684 vi ottenne il titolo di marchese  e l'11 settembre 1710 anche quello di duca di Giungano. Gli successe il fig1io Giustino (m 1749), reggente del Supremo Consiglio Collaterale, cui successe iI nipote Giustino, da cui al fratello Marco Garofalo (Rocca, Rutino, Mercato e S. Maria dei Martiri) che nel 1742 vendette Rocca, ritenendone il titolo, a Paride Granito, marchese di Castellabate. Giustino aveva ottenuto il cambio del titolo di duca di Giungano in quello di duca di Rutino con I'anzianità del primo su Rocca e con il titolo di marchese. Da Andrea (m. 26 febbraio 1777) Giustino che ottenne (28 febbraio 1780) alcune intestazioni su Rocca (26 febbraio 1782). Da questo a Francesco (n. 19 maggio 1804) che con R. rescritto (10 giugno 1851) ottenne il legale riconoscimento dei due titoli, che alla sua morte (24 ottobre 1879) passarono al figlio Giustino (n. 6 gennaio 1827, m. 10 agosto 1898) e da questo al figlio Giuseppe (28 marzo 1858). Un discendente di Paride Granito, Gioacchìno, principe di Belmonte e marchese di Castellabate, conservava poi il titolo di marchese di Rocca. L'Antonini scrive che Rocca < tiene un deliziosissimo Monistero di PP Riformati nella falda della collina, dove è posto ancora il piccolo casale di S. Martino, ed altre simili abitazioni» denominato «SAN FRANCESCO».

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